Trasloco!

Trasloco!

Come ormai è chiaro, non scrivo più su questo blog: non ne ho più il tempo e i collaboratori che mi ero scelta hanno disertato il progetto.
Mi rincresce chiudere Cassandra, perciò manterrò aperta la pagina.
Non mandatemi più e-mail con richieste di recensioni del vostro materiale: non me ne occupo più.
Ho trasferito i (miei) post migliori e, in primis, le recensioni dei libri letti, sul mio blog personale (messo a nuovo per l’occasione) www.eloisamassola.blogspot.com.

Spero che ci leggeremo ancora – vicendevolmente.

Eloisa

“Leggere Lolita a Teheran”, di Azar Nafisi

“Leggere Lolita a Teheran”, di Azar Nafisi

di Cassandra

Nell’universo caotico e demoralizzante dei “contratti interinali”, dei Co.co.pro. (esiste espressione più brutta a questo mondo?), delle collaborazioni saltuarie, mensili, quindicinali, R. è stato mio collega per ben quattro mesi. Girava fra le risaie della zona sotto il sole e con l’afa impietosa della Pianura Padana, nelle ore più calde della giornata. Eppure riusciva ad arrivare in ufficio ogni giorno offrendoci un sorriso, una battuta spiritosa. La sua presenza era ingombrante: un uomo corpulento, amante dei piaceri della tavola. Passava parecchio tempo a discutere con F. delle diverse varietà di peperoncino o del modo migliore di cucinare un maialetto al forno.
Finché un giorno non vide sulla mia scrivania (rigorosamente voltato con la copertina di sotto: ostentare il titolo del libro in lettura è un’impudicizia che non sopporto) La vita emotiva dei gatti, di Jeffrey M. Masson. Non un romanzo, ma un aggraziato elogio della felinità: tuttavia, poiché da sempre letteratura e gatti vanno a braccetto, finimmo per parlare delle nostri recenti e predilette letture.
R. si rivelò un lettore intelligente, curioso, smaliziato. Non aveva mai letto L’amante di Lady Chatterley – che io non persi occasione di menzionare – ma era rimasto folgorato da Lolita, che aveva divorato in breve tempo.
«E sai perché? Perché ho trovato quest’altro libro, Leggere Lolita a Teheran, in cui non si faceva altro che parlare di Nabokov e io, mentre leggevo, continuavo a dirmi che dovevo conoscere Lolita… e così…»
Il giorno dopo R. arriva con un libro dalla copertina rossa, edizioni Adelphi. Leggere Lolita a Teheran, appunto, dell’insegnante iraniana Azar Nafisi.
Il libro non è un romanzo; non è neppure un saggio. E’, piuttosto la ricostruzione fedele da un lato dei tumultuosi anni successivi alla rivoluzione di Khomeini, dall’altro del difficile percorso affrontato da una donna che ha la duplice colpa di essere donna e di amare la letteratura occidentale.
Così, tra il racconto dei bombardamenti, tra la ricostruzione dei ritratti femminili (a volte ironici, a volte profondamente drammatici) delle studentesse di Azar Nafisi, l’autrice trova consolazione, conforto e autentici slanci di passione nelle opere letterarie che ha amato e che tenta con ogni mezzo (al di là della censura e della grettezza culturale dilagante con la “rivoluzione) di insegnare ai suoi giovani allievi.
Vladimir Nabokov, Francis Scott Fitzgerald, Henry James e Jane Austen si affacciano sulle pagine del libro (dando il titolo alle quatto parti in cui e suddiviso) come “lente” attraverso cui osservare la realtà, mantenendo limpido il proprio sguardo.
Memorabile la scena in cui Azar Nafisi, per difendere Il grande Gatsby dai ciechi attacchi dei suoi studenti più intolleranti, inscena in aula un vero e proprio processo al romanzo:

All’improvviso mi venne un’idea bizzarra. Visto che in quei giorni i processi pubblici parevano tanto di moda, perché non mettevamo Gatsby sul banco degli imputati? [...] Qualche giorno dopo venne a trovarmi Bahri. Era diverso dal solito, irritato, nervoso, tanto che mi parve fosse passato un secolo dal nostro ultimo incontro. [...] Era proprio necessario mettere un libro sotto processo? disse. La domanda mi colse alla sprovvista. Cosa voleva, che lo togliessi dal programma senza nemmeno una parola in sua difesa? E poi, conclusi, questo è un buon momento per i processi, no? [1]

Un autentico canto d’amore per la letteratura, quello di Nafisi, capace di restituire forza e speranza al di sopra di ogni aspettativa. E, perfino, di illuminare quella che pare essere un’ammissione di sconfitta più che un viaggio di speranza: l’abbandono dell’Iran da parte di Azar e della sua famiglia:

Lasciai Teheran il 24 giugno 1997, per cercare quella luce verde in cui una volta aveva creduto anche Gatsby. [...] Talvolta sul mio computer brillano come lucciole dei messaggi di posta elettronica oppure ricevo lettere spedite da Teheran o Sidney; sono i miei ex studenti, che mi parlano delle loro vite e dei loro ricordi. [...] Anche Nima insegna. Lui, l’ho sempre pensato, è nato per fare questo mestiere. [...] Manna scrive poesie, e quando di recente le ho detto che volevo scrivere un epilogo per il mio libro ma non sapevo che dire su di lei, mi ha mandato questo: “Sono passati cinque anni, da quando tutto è cominciato in una stanza luminosa di nubi, dove leggevamo Madame Bovary e mangiavamo cioccolatini da un piatto rosso come il vino, tutti i giovedì mattina. Dell’implacabile monotonia della nostra vita quotidiana non è cambiato quasi nulla. Io invece sono cambiata, in un certo senso. Ogni mattina, quando sorge il solito sole, quando mi sveglio e mi metto il solito velo davanti al solito specchio per uscire e diventare ancora una volta parte di quella che chiamano realtà, penso anche a un’altra ‘me’, nuda sulle pagine di un libro: in un mondo di fantasia, fissa e immobile come una statua di Rodin. E così rimarrò finché mi terrete nei vostri occhi, cari lettori”. [2]

Note
[1] A. Nafisi, Reading Lolita in Tehran, 2003 (trad. it. Leggere Lolita a Teheran, Adelphi, Milano 2008, pp. 146 – 147).
[2] Ivi, pp. 373 – 375.

Azar Nafisi
Leggere Lolita a Teheran
Adelphi
Milano 2008

“I demoni meridiani”, di Roger Caillois

“I demoni meridiani”, di Roger Caillois

di Cassandra

Breve e tuttavia fondamentale saggio del 1936 dello scrittore e saggista Roger Caillois, che affronta, con un linguaggio agevole e suggestivo, il tema affascinante dei demoni meridiani e della loro malìa.

Nella prima delle tre parti Caillois, prendendo le mosse dal versetto 6 del salmo biblico 91 («[...] Non temerai pericolo notturno / né saetta volante di giorno, / né peste vagante nel buio, / né morbo che ai meriggi meni strage. [...]») illustra le caratteristiche precipue (per ciò che concerne l’antichità greco-romana) delle entità demoniache che appaiono nell’ora delicatissima del meriggio, dimostrando come essa – e non la mezzanotte – fosse in origine, prima dell’avvento del cristianesimo, il momento d’elezione in cui il divino e i morti poteveno cogliere di sorpresa gli esseri umani con le loro apparizioni.
E’ infatti nel meridies che Ecate ed Empusa possono manifestarsi con maggiore frequenza ai crocicchi; i morti ritornano a far visita (desiderati o meno) ai vivi; e il sole è “sterminatore” e disseccante, foriero di morte e di putrescenza.

Nella seconda parte, poi, l’autore passa in rassegna tutti i “demoni meridiani” della mitologia greca, suddivisi per tipologia: le Sirene, creature alate che con il loro canto conducono all’accidia e, di conseguenza, alla morte; i Lotofagi; le liquide Ninfe, «dee senza sonno, temibili per gli abitanti dei campi» (Stemplinger), responsabili del delirio profetico o ninfolessia; e infine gli incubi e i succubi, il cui principale esponente è Pan, temibile dio solare.

Nell’ultima parte, infine, Caillois propone alcune riflessioni su tematiche che non possono essere collegate in esclusiva con la magia del meriggio, ma che presentano con essa analogie interessanti: la caccia selvaggia; i terremoti e le eclissi diurne; la fecondazione sovrannaturale a mezzogiorno.

Per quanto limitato nelle sue fonti all’antichità greca, romana, ebraica (con qualche puntata nella mitologia sudamericana e slava), I demoni meridiani pone le basi per lo svolgimento di un lungo itinerario avanti e indietro nel tempo, alla ricerca delle tracce (mitologiche, religiose, letterarie) derivanti dall’archetipo dei daimones del meriggio. Il saggio di Caillois ha infatti il merito notevole di aver tracciato con mano ferma e dovizia di fonti il ritratto e la “genealogia” di una figura mitologia e letteraria (si pensi, nel secolo scorso, al “meriggiare pallido e assorto” di Eugenio Montale) fra le più antiche e di potente suggestione.

Roger Caillois
I demoni meridiani
Bollati Boringhieri

Tre poesie di Gabriella Garofalo

Tre poesie di Gabriella Garofalo

Suggestioni di luce, natura piena ed esausta, vita e morte in tre poesie inedite gentilmente donate a Cassandra dalla poetessa Gabriella Garofalo.

Apocalisse di sbieco

29/06/’07
a dl

Apocalisse di sbieco batte l’anima -
insetti mantidi libellule
lasciate perdere natura
e tu lascia che invadano
insetti mantidi libellule
che sentano la fame nelle piante,
nel soffio di cicala estate, morso che infetta -
comunque rassicurati,
anche l’azzurra polvere di nubi
ha forma ed eleganza di tua fame,
seme che sai di marcio
fin dalla prima nascita.

***

25/11/’07
a C.

Dio, che irrisolto bagliore
quel breve contatto di grembi -
raffreddati, anima, raffreddati
neanche pensarci di percorrere l’attesa:
non cadono rami
per impeto di mesi di stagioni,
ma per sclerosi verde che riduce,
piega e tace linfa -
coltiva la morte come un prato -
se luce di scrittura fa sul serio,
solo se muove al verde.

***

11/08/’07
a S. P.

Estate, avidità, cibo che non sopporti -
logico, ti hanno impedito il grembo -
ma perché sono sempre altre donne, altre madri
in dovere di curare alberi
in urgenza di recidere radici -
pure, spavento di sguardi,
sagacia di volpi che accostano
si ergeva e tu chiedi perfino
sciarpe di lana colorata
agli amanti che solo possiedono
ripetuti aborti di una luce.

Da “La sabbia e l’angelo”

Da “La sabbia e l’angelo”

Non il ramo spezzato, non l’erba scomposta lungo il sentiero
ci dicevano il suo passaggio, ma il tocco di solitudine
che ogni cosa in sé custodiva ed a noi rendeva, liberando
dopo il messaggio consueto l’altra, l’ignota parola.
Come trasalivamo ascoltandola, come si orientava sicuro
il nostro cuore sull’invisibile traccia!
Così noi sempre ti seguimmo, Dominatore e Amato,
né ci sorprende la bianca luce in cui svelato al nostro fianco cammini
(ora che l’ombra carnale è tramontata sul meridiano della morte)
perché da lungo tempo te solo conoscevamo, a te solo
obbedivamo, tua destinata preda,
trascinando sulle vie della terra la tua celeste catena straniera.

Margherita Guidacci

Il silenzio di J. D. Salinger

Il silenzio di J. D. Salinger

di Cassandra

«Gin a body meet a body
Coming thro’ the rye,
Gin a body kiss a body
Need a body cry?»

Fu a partire dagli anni Cinquanta del Novecento che venne a formarsi in Europa quella società consumistica, capitalistica e fortemente influenzata dall’egemonia (politica, culturale e di costume) statunitense che ancora oggi si trascina, sia pure con affanno, fra miserie economiche e catastrofi ecologiche incombenti.
Fu, quella, un’epoca di grandi trasformazioni culturali, che compresero la formazione di una nuova cultura mercificata,

La cultura che, conforme al suo senso, non solo obbediva agli uomini ma continuava anche a protestare contro la condizione di sclerosi nella quale essi vivono e, in tal modo, faceva ad essi onore, oggi si ritrova invece integrata nella condizione di sclerosi; così contribuisce ad avvilire gli uomini ancora di più. Le produzioni dello spirito nello stile dell’industria culturale non sono ormai anche delle merci, ma lo sono integralmente. (Theodor W. Adorno)

la trasformazione dell’editoria in industria atta a creare profitto (l’unica editoria possibile, oggigiorno)

[...] quel sistema che si vuole contestare ha ormai talmente perfezionato le sue tecniche di penetrazione e di condizionamento, ha tale potere di mercificare ogni prodotto culturale, [...] che può permettersi il lusso di tollerare qualsiasi attacco gli venga rivolto, anzi di strumentalizzarlo a fini commerciali, di smerciarlo e imporlo con l’attrattiva della novità [...]. (Salvatore Guglielmino)

e ancora il teatro estraniato ed estraniante di Ionesco e di Beckett; gli angry young men Osborne, Pinter e Wesker; il “Gruppo 47″ in Germania; e, non ultima, la beat generation negli Stati Uniti, con Keruac e il suo Sulla stradae con Salinger e il suo The Catcher in the Rye, tradotto in Italia col titolo Il giovane Holden.

La storia de Il giovane Holden è conosciuta.

Holden Caufield, rampollo adolescente di una famiglia dell’alta borghesia newyorkese, decide di abbandonare la scuola di Pencey, in seguito all’ennesimo fallimento negli studi.
Non volendo far sapere nulla ai genitori dell’insuccesso scolastico e della bocciatura che ne ha fatto seguito, abbandona l’istituto e fugge a New York, dove prende alloggio in uno squallido alberghetto.
Il suo fine settimana trascorre fra la frequentazione di locali e personaggi equivoci, ubriacature e incontri con vecchi amici e insegnanti.
Solo il forte e affettuoso legame con la sorellina Phoebe riuscirà tuttavia a far tornare Holden sui propri passi: quando, infatti, il ragazzo le comunica che ha deciso di partire per l’Ovest, la piccola si presenta all’appuntamento che Holden le ha dato davanti a un museo per poterla salutare con una valigia, annunciando l’intenzione di voler partire insieme al fratello.
Colpito dalla volontà di Phoebe e perplesso di fronte al futuro che gli si prospetta, Holden torna a casa insieme alla bambina.

Meno evidenti (anche se in larga misura intuibili) sono invece le motivazioni che spinsero Jerome David Salinger (New York, 1° gennaio 1919 – Cornish, 27 gennaio 2010) a ritirarsi completamente dalla scena letteraria, dopo Il giovane Holden, i Nove racconti e alcune altre short story pubblicate sul “New Yorker”.

Figlio di un ebreo di origini polacche che commerciava in carne e di una donna, Marie Jillich, convertitasi all’ebraismo dopo il matrimonio, Salinger frequentò le scuole pubbliche di Manhattan per poi approdare alla New York University, che tuttavia abbandonò dopo poco tempo, per imbarcarsi a lavorare su una nave da crociera.
Aveva già cominciato a scrivere ai tempi del college di Wayne e, più tardi, dopo aver intrapreso il commercio di carne suggeritogli dal padre, frequentò un corso di scrittura presso la Columbia University.
Fu il suo insegnante, Whit Burnett, all’epoca direttore della rivista “Story magazine”, a scoprire il talento di Salinger e a pubblicare il suo primo racconto, The Young Folks.
La pubblicazione di altre opere sul “New Yorker” avvenne solo dopo la Seconda guerra mondiale. Esperienza, quest’ultima, che gli permise di conoscere Ernest Hemingway in Normandia (dove partecipò allo sbarco), ma che segnò profondamente la sua esistenza. «È impossibile non sentire più l’odore dei corpi bruciati, non importa quanto a lungo tu viva», disse in seguito alla figlia.
Fra i racconti proposti al “New Yorker” vi era anche Slight Rebellion, in cui compare per la prima volta il personaggio di Holden Caufield.
Il giovane Holden arriva nel 1951 ed è un immediato successo.
Dopo questo romanzo, divenuto in brevissimo tempo un cult letterario, Salinger pubblicherà ancora i Nove racconti e qualche altro racconto, per poi ritirarsi a vivere a Cornish, abbandonando del tutto la carriera letteraria. La sua ultima apparizione sulle pagine del “New Yorker” è datata 1965.
Fin dalla prima pubblicazione de Il giovane Holden, Salinger – che all’inizio della sua attività di scrittore aveva ardentemente desiderato di veder pubblicati i suoi racconti su riviste prestigiose – aveva dato segni di insofferenza per il successo personale ottenuto e per quella sua foto che campeggiava sul retro di tutte le copertine del romanzo, tanto da aver ordinato che venisse eliminata nelle edizioni successive.
In seguito, il suo eremitaggio fu completo e creò intorno allo scrittore quell’alone di mistero che meritano le figure leggendarie. Si parla di innumerevoli opere inedite, accumulate nella sua casa di Cornish, in attesa di essere pubblicate postume. Forse è vero, forse no.
I giornali di tutto il mondo oggi scrivono su di lui, criticandolo (e, a volte, canzonandolo) per la sua scelta di ritirarsi dal mondo o, al contrario, tessendo lodi post mortem per quell’unica pietra miliare della letteratura beat.
Il “New Yorker” lo omaggia pubblicando sul suo sito Internet un archivio dei suoi racconti, pubblicati fra il 1946 e il 1965.
Ma ciò che più conta, in questo avvicendarsi di parole su J. D. Salinger e sulla sua opera, è la cifra impalpabile del suo silenzio.
Nella società della confusione letteraria e della mercificazione della scrittura, la scelta di non parlare e di non scrivere compiuta da uno degli autori più rappresentativi della letteratura internazionale degli anni Cinquanta e Sessanta fornisce lo spunto per considerazioni e domande interessanti – anche se non necessariamente rassicuranti.
Come si diceva, da un lato osannato sino a diventare simbolo incontrastato dell’anticonformismo (in un’epoca in cui tutto può essere catalogato, classificato ed esposto – perfino i sentimenti, in un’oscena “pubblicizzazione del privato” – come catalogare e classificare, un autore evanescente, uno che, come scrive Mario Fortunato su uno dei blog de “L’Espresso”, non ha «mai dato interviste. Mai messo piede in uno studio televisivo. Mai neanche una foto. Niente. E se qualcuno si azzardava ad andarlo a cercare nel suo buco del New Hampshire dove viveva fino a ieri l’altro, lui lo scacciava via a suon di calci e di avvocati»?); dall’altro visto sempre con una certa antipatia proprio perché poco incline a piegarsi alla rassicurante prevedibilità dei cliché.
Al di là della risaputa tendenza umana di amare o detestare ciò che non può essere da tutti com-preso, resta la malinconia di questo silenzio inspiegato.
E se Salinger ci può piacere non solo per la nitidezza del tratto con cui ha descritto i turbamenti di Holden Caufield e di un’intera generazione, ma anche per quel suo fiero rifiuto della moderna mondanità letteraria (così avvilente), tuttavia rimane il triste dubbio che l’unica via per liberare le “produzioni dello spirito” dalla nuova “industria culturale” sia proprio astenersi dal produrre, dallo scrivere.

Un sacco di gente, soprattutto questo psicanalista che c’è qui, continuano a chiedermi se quando tornerò a scuola a settembre mi metterò a studiare. È una domanda così stupida, secondo me. Voglio dire, come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate? La risposta è che non lo sapete (da Il giovane Holden).

Link utili:
Salinger e la retorica, di Mario Fortunato
Remembering Salinger – “The New Yorker”
J. D. Salinger: America’s great literary hermit – “The Guardian – Books Blog”
Addio a Salinger – “La Repubblica”

“Il buio non nasconde paure”, di Shashi Deshpande

“Il buio non nasconde paure”, di Shashi Deshpande

di Cassandra

E’ intima e autentica la disperazione che pervade le pagine de Il buio non nasconde paure, romanzo della scrittrice anglo-indiana Shashi Deshpande.
La storia è quella di Saru, medico affermato a Bombay, che la notte viene stuprata dal marito Manu, letterato fallito.
Un “rito” angoscioso, affermazione di un potere maschile effimero, a cui Saru non riesce ribellarsi e del quale neppure riesce a parlare, poiché lo considera una sorta di punizione per tutte le sue colpe: l’abbandono della casa dei genitori (e della madre, soprattutto) per frequentare l’università; la sua brillante carriera lavorativa, che ha minato la dignità virile di suo marito; e, non ultima, la morte del suo fratellino Dhruva.
Per sfuggire al dolore delle sue notti, Saru infine decide di fuggire, tornando alla modesta casa del padre: la madre è ormai morta e la giovane donna si illude di riuscire così a dimenticare la propria sofferenza.
Il percorso verso una nuova consapevolezza di sé, però, non sarà privo di difficoltà.
Con una scrittura semplice e tuttavia sapiente, precisa, oscillante di continuo fra la terza e la prima persona singolare del narratore, la Deshpande riesce a tratteggiare con rara efficacia la psicologia delle due protagoniste femminili (Saru e sua madre), andando a toccarne i nodi cruciali: la durezza di cui anche le donne sanno essere capaci e il modo in cui essa va ad influire nei rapporti umani, devastandoli, annichilendoli; il senso di colpa maturato da una figlia dinanzi alle accuse dei genitori, che le provocherà un’infelicità profonda e quasi inestirpabile; la difficoltà ad emanciparsi dalle tradizioni del proprio paese e della propria condizione sociale.

A volte le sorgeva il dubbio di essere una madre fredda e snaturata. Eppure aveva giurato a se stessa che non avrebbe mai lesinato amore e comprensione ai figli come aveva fatto sua madre. Che per i suoi figli sarebbe stata tutto quello che sua madre non era stata per lei. Ma i figli avevano cominciato subito a deluderla. Durante i lunghi mesi della gravidanza si era tenuta su al pensiero del miracolo che l’aspettava, il miracolo della maternità. Ma quando attraverso una nebbia di dolore e sgomento, dopo una giornata passata a battagliare, aveva sentito la testa di Renu che spingeva per uscire, la situazione umiliante l’aveva indignata. La posizione, i grugniti, le grida, il dolore l’avevano trasformata in un animale: era davvero questo il preludio della maternità? [1]

Una forte voce femminile, quella della Deshpande, che non indulge in compassione nemmeno nei confronti della stessa protagonista, Saru, e che tuttavia saprà condurla e condurci verso un finale liberatorio.

Note
[1 ] S. Deshpande, The Dark Holds No Terrors, 2009 (trad. it. Il buio non nasconde paure, Edizioni e/o, Roma 2009, p. 200).

Shashi Deshpande
Il buio non nasconde paure
Edizioni e/o
Roma 2009

Le prime segnalazioni del 2010

Le prime segnalazioni del 2010

di Cassandra

Raccolgo il suggerimento dalla preziosa trasmissione di Radio Popolare Alaska (di cui segnalo con piacere il blog: AlaskaBlog) e segnalo a mia volta tre blog che vale la pena inserire fra i preferiti:

The Selby: il blog di Todd Selby, fotografo newyorkese specializzato nel ritrarre case e appartamenti. Uno sguardo molto particolare, diverso da quello delle patinate riviste di arredamento, capace di cogliere nelle abitazioni (più o meno celebri) le tracce più originali del loro “vissuto”.

Wish Jar: il blog della poliedrica artista Keri Smith, autrice e illustratrice di libri, nonché “Guerrilla artist“. Autentica e originale fonte di ispirazione per ogni forma di arte libera e liberata. Presente da molto tempo sul Web e attenta (nonché critica) osservatrice delle nuove forme di comunicazione, Keri Smith è, fra le altre cose, l’autrice del logo “Ad-free blog”, che anche Cassandra ha deciso di adottare.

La bella e la bestia: non è da sottovalutare neppure il blog della conduttrice della trasmissione Alaska, Marina Petrillo, dotata di una “penna” (si può dire “avere una bella penna” nell’era dei blog?) leggera e di un buon occhio fotografico, capace di cogliere le intimità sottili della vita domestica: personalmente, ho quasi preferito i suoi scatti a quelli decisamente più patinati di Todd Selby.

Infine, sul mio Diario impudico, si parla Delle piante che crescono lungo il sentiero e di occhio po(i)etico.


The Blue Stove doorstep © Marina Petrillo

“Sunset Limited”, di Cormac McCarthy

“Sunset Limited”, di Cormac McCarthy

di Cassandra

Da tempo ormai Cormac McCarthy ci ha abituati alla sua “poesia del dualismo”, a quell’opposizione sapiente dei contrasti, della luce e dell’ombra, che genera meraviglia e orrore, nell’ambito di un sapiente affresco del genere umano.
Così era ne Il buio fuori, favola apocalittica avente come protagonisti due fratelli incestuosi; così ne La strada, dove un padre e un figlio cercano di sopravvivere al freddo e alla cenere di un mondo devastato, per citarne solo alcuni fra i già recensiti.
Con Sunset Limited McCarthy torna al problema del Male e della redenzione, mettendo in scena, questa volta, un dialogo (tutta la narrazione è in forma drammatica) fra un Bianco e un Nero.
La tragedia a cui entrambi sono sopravvissuti è il suicidio del Bianco (“il Professore”), salvato dal Nero mentre era in procinto di gettarsi sotto il treno Sunset Limited.
Dopo il salvataggio, il Nero (personaggio semplice, dotato di una grande fede religiosa) trattiene il Bianco in casa sua, iniziando con lui un dibattito sui temi della fede e della vita oltre la morte.

BIANCO – Più che altro, credo nel valore delle cose.
NERO – Nel valore delle cose.
BIANCO – Sì.
NERO – Ok. Di quali cose?
BIANCO – Di un sacco di cose. Le cose culturali, per esempio. I libri, la musica, l’arte. Cose di questo genere.
NERO – Va bene.
BIANCO – Queste sono le cose che per me hanno valore. Sono la base della civiltà. O quantomeno, un tempo avevano valore. Probabilmente oggi non ne hanno più così tanto.
NERO – E cosa gli è successo, a quelle cose?
BIANCO – La gente ha smesso di dar loro valore. Entro un certo limite. Non saprei neanche spiegarle bene perché. Quel mondo è in gran parte scomparso. E fra poco lo sarà del tutto.
NERO – Non so se riesco a seguirti, professore.
BIANCO – Non c’è niente da seguire. Va bene così. Le cose che amavo un tempo erano molto fragili. Molto delicate. Ma io non lo sapevo. Pensavo che fossero indistruttibili. E mi sbagliavo.
NERO – Ed è questo che ti ha spinto a buttarti giù dal binario. Non una questione personale.
BIANCO – Ma è una questione personale. E’ proprio questo l’effetto dell’istruzione. Rende il mondo intero qualcosa di personale. [1]

La cultura del Bianco (ritratto dell’intellettuale moderno) rende impossibile non sono la fede, ma anche la permanenza stessa nel mondo e nella vita.
Oltre il velo, non può esserci posto che per la morte – e forse quel velo non è mai statneppure sollevato.
Invano, durante la prima parte del dibattito ci illudiamo che il Nero (ignorante, grosso e solare) riesca a convincere il Bianco, a riportarlo sulla “retta via” e verso un happy end in perfetto stile americano.
Sarà invece il Nero, alla fine, a ridursi in ginocchio, piangente, di fronte – ancora una volta – all’evidenza dell’orrore, del buio:

BIANCO – La rabbia, di fatto, la provo solo nei giorni migliori. Ma in verità non me n’è rimasta molta. In verità le forme che vedo si sono andate pian piano svuotando. Non hanno più nessun contenuto. Sono soltanto figure. Un treno, un muro, un mondo. O un uomo. Una cosa che penzola con le sue espressioni insensate in mezzo a un vuoto ululante. Senza che ci sia alcun significato nella sua vita. Nelle sue parole. Perché dovrei cercare la compagnia di qualcosa del genere. Perché?
[...]
Il Nero sfila le catene, che cadono a terra tintinnando. Apre la porta e il professore esce. Il nero resta sulla soglia a guardare il pianerottolo.

NERO – Professore? Lo so che non dici sul serio. Professore? Guarda che io sono di nuovo lì domani mattina. Mi trovi lì. Hai capito? Mi trovi di nuovo lì domani mattina.

Si accascia a terra in ginocchio sulla soglia, è sul punto di piangere.  [2]

Lo strale lanciato dal Bianco sul finale è senza dubbio suggestivo e ribalta in modo inaspettato la situazione:

BIANCO – Io non ci credo in Dio. Lo capisce, questo? Si guardi intorno, amico mio. Non lo vede? Il frastuono e le grida della gente che soffre saranno musica per le orecchie di Dio. E io rifuggo queste discussioni. [...] La comunanza di cui lei parla è basata solo e soltanto sul dolore. E se quel dolore fosse veramente collettivo invece che soltanto ripetitivo, il suo peso basterebbe a staccare il mondo dalle pareti dell’universo e a farlo precipitare in fiamme in mezzo a quel po’ di notte che saprebbe ancora generare prima di ridursi a un nulla che non è neppure cenere. [...] [3]

Tuttavia questa ultima opera di McCarthy non convince del tutto. Sarà per l’eccesiva schematizzazione dei personaggi (soprattutto del Nero); sarà per la brevità del dialogo, che lascia nel lettore, alla resa dei conti, un vago sapore di pretenziosità.
Quel che è certo è che mancano le sfumature a tinte fosche e forti del miglior McCarthy, capaci di far rilucere perfino il nero e il buio, rendendoli indimenticabili. Al loro posto, il disfattismo loquace del Professore che destabilizza, certo, ma non affascina.

Cormac McCarthy
Sunset Limited
Edizioni Einaudi
Torino 2008

Note
[1] Cormac McCarthy, Sunset Limited, 2006 (trad. it. Sunset Limited, Einaudi, Torino 2008, pp. 21 – 22).
[2] Ivi, p. 116.
[3] Ivi, p. 114.