di Cassandra
«Gin a body meet a body
Coming thro’ the rye,
Gin a body kiss a body
Need a body cry?»
Fu a partire dagli anni Cinquanta del Novecento che venne a formarsi in Europa quella società consumistica, capitalistica e fortemente influenzata dall’egemonia (politica, culturale e di costume) statunitense che ancora oggi si trascina, sia pure con affanno, fra miserie economiche e catastrofi ecologiche incombenti.
Fu, quella, un’epoca di grandi trasformazioni culturali, che compresero la formazione di una nuova cultura mercificata,
La cultura che, conforme al suo senso, non solo obbediva agli uomini ma continuava anche a protestare contro la condizione di sclerosi nella quale essi vivono e, in tal modo, faceva ad essi onore, oggi si ritrova invece integrata nella condizione di sclerosi; così contribuisce ad avvilire gli uomini ancora di più. Le produzioni dello spirito nello stile dell’industria culturale non sono ormai anche delle merci, ma lo sono integralmente. (Theodor W. Adorno)
la trasformazione dell’editoria in industria atta a creare profitto (l’unica editoria possibile, oggigiorno)
[...] quel sistema che si vuole contestare ha ormai talmente perfezionato le sue tecniche di penetrazione e di condizionamento, ha tale potere di mercificare ogni prodotto culturale, [...] che può permettersi il lusso di tollerare qualsiasi attacco gli venga rivolto, anzi di strumentalizzarlo a fini commerciali, di smerciarlo e imporlo con l’attrattiva della novità [...]. (Salvatore Guglielmino)
e ancora il teatro estraniato ed estraniante di Ionesco e di Beckett; gli angry young men Osborne, Pinter e Wesker; il “Gruppo 47″ in Germania; e, non ultima, la beat generation negli Stati Uniti, con Keruac e il suo Sulla strada – e con Salinger e il suo The Catcher in the Rye, tradotto in Italia col titolo Il giovane Holden.
La storia de Il giovane Holden è conosciuta.
Holden Caufield, rampollo adolescente di una famiglia dell’alta borghesia newyorkese, decide di abbandonare la scuola di Pencey, in seguito all’ennesimo fallimento negli studi.
Non volendo far sapere nulla ai genitori dell’insuccesso scolastico e della bocciatura che ne ha fatto seguito, abbandona l’istituto e fugge a New York, dove prende alloggio in uno squallido alberghetto.
Il suo fine settimana trascorre fra la frequentazione di locali e personaggi equivoci, ubriacature e incontri con vecchi amici e insegnanti.
Solo il forte e affettuoso legame con la sorellina Phoebe riuscirà tuttavia a far tornare Holden sui propri passi: quando, infatti, il ragazzo le comunica che ha deciso di partire per l’Ovest, la piccola si presenta all’appuntamento che Holden le ha dato davanti a un museo per poterla salutare con una valigia, annunciando l’intenzione di voler partire insieme al fratello.
Colpito dalla volontà di Phoebe e perplesso di fronte al futuro che gli si prospetta, Holden torna a casa insieme alla bambina.
Meno evidenti (anche se in larga misura intuibili) sono invece le motivazioni che spinsero Jerome David Salinger (New York, 1° gennaio 1919 – Cornish, 27 gennaio 2010) a ritirarsi completamente dalla scena letteraria, dopo Il giovane Holden, i Nove racconti e alcune altre short story pubblicate sul “New Yorker”.
Figlio di un ebreo di origini polacche che commerciava in carne e di una donna, Marie Jillich, convertitasi all’ebraismo dopo il matrimonio, Salinger frequentò le scuole pubbliche di Manhattan per poi approdare alla New York University, che tuttavia abbandonò dopo poco tempo, per imbarcarsi a lavorare su una nave da crociera.
Aveva già cominciato a scrivere ai tempi del college di Wayne e, più tardi, dopo aver intrapreso il commercio di carne suggeritogli dal padre, frequentò un corso di scrittura presso la Columbia University.
Fu il suo insegnante, Whit Burnett, all’epoca direttore della rivista “Story magazine”, a scoprire il talento di Salinger e a pubblicare il suo primo racconto, The Young Folks.
La pubblicazione di altre opere sul “New Yorker” avvenne solo dopo la Seconda guerra mondiale. Esperienza, quest’ultima, che gli permise di conoscere Ernest Hemingway in Normandia (dove partecipò allo sbarco), ma che segnò profondamente la sua esistenza. «È impossibile non sentire più l’odore dei corpi bruciati, non importa quanto a lungo tu viva», disse in seguito alla figlia.
Fra i racconti proposti al “New Yorker” vi era anche Slight Rebellion, in cui compare per la prima volta il personaggio di Holden Caufield.
Il giovane Holden arriva nel 1951 ed è un immediato successo.
Dopo questo romanzo, divenuto in brevissimo tempo un cult letterario, Salinger pubblicherà ancora i Nove racconti e qualche altro racconto, per poi ritirarsi a vivere a Cornish, abbandonando del tutto la carriera letteraria. La sua ultima apparizione sulle pagine del “New Yorker” è datata 1965.
Fin dalla prima pubblicazione de Il giovane Holden, Salinger – che all’inizio della sua attività di scrittore aveva ardentemente desiderato di veder pubblicati i suoi racconti su riviste prestigiose – aveva dato segni di insofferenza per il successo personale ottenuto e per quella sua foto che campeggiava sul retro di tutte le copertine del romanzo, tanto da aver ordinato che venisse eliminata nelle edizioni successive.
In seguito, il suo eremitaggio fu completo e creò intorno allo scrittore quell’alone di mistero che meritano le figure leggendarie. Si parla di innumerevoli opere inedite, accumulate nella sua casa di Cornish, in attesa di essere pubblicate postume. Forse è vero, forse no.
I giornali di tutto il mondo oggi scrivono su di lui, criticandolo (e, a volte, canzonandolo) per la sua scelta di ritirarsi dal mondo o, al contrario, tessendo lodi post mortem per quell’unica pietra miliare della letteratura beat.
Il “New Yorker” lo omaggia pubblicando sul suo sito Internet un archivio dei suoi racconti, pubblicati fra il 1946 e il 1965.
Ma ciò che più conta, in questo avvicendarsi di parole su J. D. Salinger e sulla sua opera, è la cifra impalpabile del suo silenzio.
Nella società della confusione letteraria e della mercificazione della scrittura, la scelta di non parlare e di non scrivere compiuta da uno degli autori più rappresentativi della letteratura internazionale degli anni Cinquanta e Sessanta fornisce lo spunto per considerazioni e domande interessanti – anche se non necessariamente rassicuranti.
Come si diceva, da un lato osannato sino a diventare simbolo incontrastato dell’anticonformismo (in un’epoca in cui tutto può essere catalogato, classificato ed esposto – perfino i sentimenti, in un’oscena “pubblicizzazione del privato” – come catalogare e classificare, un autore evanescente, uno che, come scrive Mario Fortunato su uno dei blog de “L’Espresso”, non ha «mai dato interviste. Mai messo piede in uno studio televisivo. Mai neanche una foto. Niente. E se qualcuno si azzardava ad andarlo a cercare nel suo buco del New Hampshire dove viveva fino a ieri l’altro, lui lo scacciava via a suon di calci e di avvocati»?); dall’altro visto sempre con una certa antipatia proprio perché poco incline a piegarsi alla rassicurante prevedibilità dei cliché.
Al di là della risaputa tendenza umana di amare o detestare ciò che non può essere da tutti com-preso, resta la malinconia di questo silenzio inspiegato.
E se Salinger ci può piacere non solo per la nitidezza del tratto con cui ha descritto i turbamenti di Holden Caufield e di un’intera generazione, ma anche per quel suo fiero rifiuto della moderna mondanità letteraria (così avvilente), tuttavia rimane il triste dubbio che l’unica via per liberare le “produzioni dello spirito” dalla nuova “industria culturale” sia proprio astenersi dal produrre, dallo scrivere.
Un sacco di gente, soprattutto questo psicanalista che c’è qui, continuano a chiedermi se quando tornerò a scuola a settembre mi metterò a studiare. È una domanda così stupida, secondo me. Voglio dire, come fate a sapere quello che farete, finché non lo fate? La risposta è che non lo sapete (da Il giovane Holden).
Link utili:
• Salinger e la retorica, di Mario Fortunato
• Remembering Salinger – “The New Yorker”
• J. D. Salinger: America’s great literary hermit – “The Guardian – Books Blog”
• Addio a Salinger – “La Repubblica”